Robert Frank - Il fotografo anticonformista

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Robert Frank nasce a Zurigo nel 1924 da una famiglia tedesca di origine ebrea. Al termine della scuola secondaria, deciso a fare della fotografia la sua professione, lavora come apprendista per diversi fotografi. La loro influenza conferisce alla formazione di Frank una forte impronta formale: la ricerca è quella di una fotografia diretta, pura, tecnicamente impeccabile.

Il primo lavoro di Frank è un libro autofinanziato del 1946 dal titolo 40 Fotos. Al suo arrivo a New York l’anno successivo inizia a lavorare come fotografo di moda per Harper’s Bazaar , ma presto decide di dedicarsi al reportage partendo per un lungo viaggio in Sud America. Torna negli Stati Uniti nel 1950 e il suo nome è già noto nell’ambiente newyorkese, tanto che Edward Steichen include alcune sue fotografie nella mostra 51 American Photographers allestita al MoMa. Dopo un paio di anni a Parigi torna a New York e lavora come freelance per McCall’s , Vogue , Fortune , Life e il New York Times . Nel 1955 è il primo fotografo europeo ad ottenere la borsa di studio annuale della Fondazione Guggenheim, che gli permette di intraprendere un viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti, scattando 28000 immagini della società americana. Parte di queste vengono selezionate e pubblicate nel suo libro più celebre: The Americans , con introduzione scritta dall’amico Jack Kerouac. La raccolta viene duramente criticata (tanto da essere inizialmente pubblicata solo a Parigi), ma diverrà successivamente una pietra miliare della storia della fotografia.

Robert FrankAgli inizi degli anni Sessanta ottiene la sua prima personale all’Art Institute di Chicago, intitolata Robert Frank: Photographer, esponendo anche al MoMa un anno dopo. Dopo The Americans Frank inizia a dedicarsi alla cinematografia, Pull My Daisy è il suo primo film del 1959, scritto da Kerouac con la collaborazione di altri esponenti della Beat Generation. Si ricorda anche il documentario del 1972 dedicato ai Rolling Stones, Cocksucker Blues , che mostra la band in tour in scene molto crude che includono droga e sesso di gruppo (il film viene censurato dalla stessa band che ne impedisce la proiezione). Dopo le tragedie famigliari degli anni Settanta, Frank torna alla fotografia con l’autobiografia visuale The Lines of My Hand. Nonostante la tendenza alla solitudine, Frank continua a lavorare come fotografo freelance e regista di videoclip (Patti Smith, New Order), aiutando ad allestire diverse retrospettive sul suo lavoro. La maggiore delle quali, Moving Out, risale al 1994 alla National Gallery of Art di Washington. Nel 1996 riceve il prestigioso premio Hasselblad.
Robert FrankStile
Lo sguardo di Robert Frank ha certamente contribuito a scardinare la grammatica della fotografia nella seconda metà del Novecento, in particolare con la raccolta The Americans . L’introduzione di Kerouac diceva «Robert Frank, ti lascio questo messaggio: tu hai gli occhi». Straniero ed americano allo stesso tempo, è riuscito a cogliere quell’oscurità dell’America anni Cinquanta che le persone fingevano di ignorare coprendola con una copertina patinata di benessere. La luce, il taglio e la messa a fuoco di quelle immagini contrastavano fortemente con le tecniche dell’epoca e la raccolta, infatti, fu duramente criticata. Dai cocktail party di New York alle fabbriche di Detroit, The Americans resta un affresco sociologico pieno di simboli, tensioni e contrasti dell’American culture dei tempi passati (nel 2008 l’editore Steidl ha collaborato con Frank per una nuova edizione). Dalla metà degli anni Settanta in poi la fotografia di Frank si allontana dai reportage precedenti, usando collage di vecchi lavori, fotogrammi, polaroid e immagini che derivano da pellicole graffiate dall’artista. L’impatto sul pubblico di questo suo secondo periodo artistico non è paragonabile a quello di The Americans , probabilmente perché una simile sperimentazione estrema sulle immagini era già iniziata un decennio prima.
Frase
«Quando le persone guardano le mie fotografie, voglio che si sentano come quando vogliono leggere un verso di una poesia una seconda volta».

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